Il taxi
15 ottobre 2009Il puzzle
15 febbraio 2009Una voce fuori campo ti informa che hai diritto ad una richiesta. Guardi le tessere sparse sul tavolo. Trascinato dall'entusiamo ne chiedi ancora, quante possibile. Le vedi cadere a pioggia. E intanto precipiti.
Precipiti dentro una vita in cui accosti tutto quel che capita, qualche volta sovrapponendo, qualche altra incastrando. Ti inserisci nel perimetro di una città, poi di un'altra, un'altra ancora. Aggiungi esperienze, conoscenze, fatiche. Costruisci un amore e quando ha preso forma passi al successivo.
Nessuno è testimone del tuo percorso completo. La tua vita, nel suo insieme, è un segreto che non condividi. Probabilmente morirari fra le braccia di qualcuno che non conosci.
Nel momento in cui la fine si avvicina e rivedi la tua vita in un secondo, sei in grado perfino di ricordare quel momento che l'ha preceduta, quando eri nel limbo a prefigurarla, dandole, come molti, una forma carica di contenuti, ma priva di senso.
Riascolti la voce che ti dà diritto ad una richiesta e, solo adesso, capisci che cosa avresti dovuto chiedere: la scatola.
La scatola del puzzle, quella in cui si vede il disegno da riprodurre, l'obiettivo del gioco, il senso a cui tende il tempo passato a radunare i pezzi sparsi.
Invece tutto quel che stai per vedere della scatola è, dall'interno, il coperchio che si richiude.
(Tratto da "Solo i treni hanno la strada segnata" di Gabriele Romagnoli)
Di corsa
25 gennaio 2009
Alle sei di mattina di una domenica d’inverno è buio, fa freddo, gli occhi non si aprono. Spengo la sveglia e chiamo a raccolta tutte le fibre del mio corpo. L’acqua tiepida mi toglie un po’ di sonno, la caffettiera che borbotta mi scuote e mi coccola con l’aroma di caffè, una barretta che sa di cioccolato è la mia colazionein solitudine.
C’è silenzio tutto intorno e, come un cavaliere medievale o un torero prima della lidia, anche io ho la mia vestizione fatta di gesti precisi, come un rituale che si ripete da anni e dà sicurezza: i calzini grigi, i pantaloni neri attillati, la felpa termica. Afferro lo zaino, accarezzo chi rimane ad aspettarmi e mi butto su strade ancora deserte, rischiarate da un’alba indecisa e pigra e circondate da campi, radure e case dormienti.
Arrivo al campo sportivo e vedo già centinaia di piedi scalpitanti che attendono di iscriversi alla solita tapasciata domenicale. Ci osserviamo, noi podisti, ci studiamo a testa bassa e basta uno sguardo per avere tutte le risposte. Che sono le stesse per tutti. Corriamo per stare bene, corriamo per stare insieme, corriamo perché non sappiamo fare altro così bene.
Sono le 6.40 ormai e l’adrenalina è già in circolo. Bevo un po’, accendo la musica e inizio a correre quei ventuno km di sacrificio, sudore, soddisfazione. Le gambe sono intirizzite, il respiro un po’ affannoso, le mani vorrebbero essere su chi è rimasto a casa, ma il sole che sorge e sbrodola i suoi colori nel cielo terso è uno spettacolo che ripaga di ogni momento di dolore, di sfiducia, di ripensamento.
Continuo a correre godendomi ogni singolo tratto di strada: colline, boschi, asfalto. E poi i ristori, i sorrisi della gente, la vita altrui che scorre lenta mentre io vado sempre troppo veloce. E le cascine di una volta, le montagne sullo sfondo, i fontanili ancora intatti, i campanili sempre presenti, i cimiteri così accoglienti. Prendo fiato e vado verso il mio traguardo.
Bellissimo racconto scritto da Federica Caporali. Riportato da questo link ed inserito all'interno dell'e-book Italians-una giornata nel mondo che trovate qui.

